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Umberto Guidoni

Astronauta - Scrittore - Divulgatore

28

giu

2017

Nessuna rivelazione della NASA sugli UFO

Dopo l’annuncio di Anonymous, la smentita dell’ente spaziale americano

Basandosi sulle notizie che circolano su internet, periodicamente si sente parlare di “annunci sensazionali” sugli alieni o sugli UFO da parte della NASA oppure, con la stessa enfasi, che l’ente spaziale stia nascondendo le prove su questi "fatti".

22

feb

2016

20 anni fa un aquilone italiano nello spazio

La missione STS-75 venti anni dopo

Il 22 febbraio del 1996, alle ore 15:18, lo Space Shuttle Columbia partiva dal Kennedy Space Center in Florida. In Italia era già notte e in TV c’era il Festival di Sanremo, condotto da Pippo Baudo. Per la prima volta nella sua storia, la kermesse musicale fu brevemente interrotta e sugli schermi dell’Ariston furono mostrate le immagini del lancio in diretta. A bordo del Columbia, immerso negli ultimi momenti del conto alla rovescia, avevo altro a cui pensare ma dopo il mio ritorno, guardando le immagini registrate del Festival, ho provato una certa commozione pensando che milioni di concittadini avevano condiviso quel momento magico.

Era una missione particolarmente importante per il nostro paese, non solo perché a bordo c’erano due astronauti con la bandiera tricolore (oltre a me c’era Maurizio Cheli dell’Agenzia Spaziale Europea) ma soprattutto perché nella stiva del Columbia avevamo un esperimento frutto della tecnologia e dell’ingegno italiano; un esperimento che avrebbe potuto rivoluzionare il modo di andare e tornare dall’orbita terrestre e di rifornire di energia i veicoli spaziali. Come tutte le idee rivoluzionarie, anche quella di produrre energia elettrica nello spazio era relativamente semplice ma la sua realizzazione lo era assai meno. Il prof. Giuseppe Colombo, che per primo ne aveva studiato la fattibilità, pensava di utilizzare l’enorme velocità della navetta e il campo magnetico terrestre per creare una sorta di “dinamo spaziale”, capace di produrre energia elettrica proprio come avviene per il dispositivo terrestre. La vera sfida era nelle dimensioni: per produrre potenze di qualche chilowatt nello spazio c’era bisogno di un filo lungo 20 km. Per questo la missione era stata ribattezzata “satellite al guinzaglio” ma per la NASA era il sistema TSS (Tethered Satellite System).
 
Per inviarlo in orbita, il lunghissimo filo era arrotolato su un enorme rocchetto; da una parte era collegato direttamente alla navetta e all’altra estremità c’era un piccolo satellite che raccoglieva le cariche elettriche dallo spazio. Man mano che si allontanava, il satellite si caricava positivamente e raccoglieva sempre più elettroni che erano incanalati lungo il cavo e potevano raggiungere lo Space Shuttle. Per svolgere questo gigantesco “aquilone spaziale” ci voleva quasi un giorno ma così si poteva collaudare il sistema a bassa tensione prima di spingersi a valori sempre maggiori. Una volta arrivati alla distanza massima, l’esperimento avrebbe prodotto una potenza  di  circa 3-4 chilowatt. Il mio compito era quello di far funzionare l’esperimento alla massima potenza e di utilizzare i vari strumenti per verificare quanto i calcoli teorici fossero coerenti con i dati sperimentali.
 
L’equipaggio era diviso in due turni per poter lavorare ininterrottamente nell’arco delle 24 ore. Il mio turno finiva quando il satellite aveva cominciato a muoversi regolarmente verso l’alto. Così  andai a dormire a malincuore, con l’immagine bellissima del sottile filo argenteo che, dalla stiva del Columbia formava un gigantesco arco che si perdeva nel nero profondissimo dello spazio. Quando mi svegliai ero impaziente di salire sul ponte di comando da dove si controllavano le operazioni del satellite e del filo. Arrivai volando, nello spazio non c’è bisogno di scale, e immediatamente notai le facce scure dei colleghi che tradivano una cocente delusione: «il filo si è rotto e abbiamo perduto il satellite» furono le scarne parole di Franklin Diaz, il collega che operava l’esperimento nell’altro turno. 
Sulle prime pensai ad uno scherzo ma quando mi girai a guardare dai finestrini posteriori non c’era traccia del lunghissimo cavo e nemmeno del satellite; era rimasto solo un pezzetto bruciacchiato, appena visibile nel punto dove usciva dal rocchetto. Un corto circuito aveva tagliato di netto il filo di appena 2 millimetri e il satellite era finito su un’orbita più alta, 70 km sopra le nostre teste.
 
Fu un colpo terribile;  il “mio” satellite era andato via per sempre e mi sentivo come un bambino a cui era sfuggito di mano il palloncino. In qualche modo l’addestramento mi venne in aiuto e pian piano la preoccupazione per il lavoro da fare ebbe il sopravvento sulle emozioni. Nei giorni successivi riuscimmo a ristabilire il collegamento radio con il satellite, che continuò a trasmettere dati importanti anche se certamente non previsti. Anche un insuccesso può insegnare moltissimo; è questo il bello della ricerca ed il fascino dell’esplorazione spaziale. Avevamo tentato un esperimento ai limiti della fantascienza e quando eravamo ormai in vista del traguardo, a poco meno di un chilometro dalla distanza prevista, un isolante difettoso ci aveva privati del successo. Eppure, anche se non avevamo raggiunto la fase stazionaria, tutti i dati avevano confermato la bontà della teoria del prof. Colombo. 
 
Personalmente, a parte la delusione iniziale, era stata un’esperienza straordinaria: per circa 16 giorni avevo vissuto oltre il confine del pianeta e avevo visto la Terra in tutta la sua bellezza. Mentre rientravamo mi sentivo, allo stesso tempo stanco e felice ma di una cosa ero certo, lo spazio mi aveva stregato e avrei fatto tutto il possibile per tornare in orbita. Ancora non sapevo che il momento sarebbe venuto cinque anni dopo, nell’anno fatidico in cui Stanley Kubrick aveva immaginato la sua “Odissea nello spazio”, ma questa è un’altra storia. 
 

L'Unità 22 Feb 2016 - 

 

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